Platì senza tregua: città di nuovo commissariata, ma stavolta non è colpa dello Stato

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Platì senza tregua: città di nuovo commissariata, ma stavolta lo Stato non è colpa dello Stato

Platì di nuovo senza sindaco e sotto i riflettori, per l’ennesima volta. Platì non ce l’ha fatta, nemmeno stavolta. Quattro consiglieri, tra cui il vicesindaco, avevano rassegnato le dimissioni qualche giorno fa, riconsegnando di fatto, la comunità nella mani dei commissari. Ieri mattina l’ufficialità della notizia.
 
Eppure con l’elezione del sindaco Rosario Sergi, avvenuta solo venti mesi fa, la cittadina sembrava aver ritrovato la sua identità e abbracciato a pieno una rivoluzione culturale lenta ma proficua, silenziosa ma diretta, con cui i platiesi stavano a poco a poco restituendo una immagine di se stessi lontana anni luce da quella descritta per anni dalle penne antimafia e dal ministro Marco Minniti, che per descriverne il radicamento mafioso la paragonò addirittura a Molenbeeck, il centro belga roccaforte del terrorismo jihadista.
Per oltre 30 anni di Platì non si era interessato nessuno e lo Stato era stato il grande assente. Nella cittadina non esiste nessun campo da calcio, cinema o teatro, le strade di collegamento erano diventate impraticabili e una inchiesta del 2003 del Procuratore Gratteri, che in una notte aveva portato all’arresto di 125 persone su una popolazione di nemmeno 4000 abitanti, l’aveva consacrata la città calabrese di ‘ndrangheta per eccellenza. Nonostante quelle accuse ai carcerati vanno via via sgretolandosi e alla fine di tutta l’operazione “Marine” vengono confermate solo 8 condanne. Tutti gli altri, dicono i giudici, non hanno niente a che fare con la malavita. Seguono lunghi anni di commissariamento, nessuno vuole candidarsi la gente ha paura, quell’etichetta di mafiosi cucita addosso dalla stampa graverà negli anni più di un macigno.
Poi nel 2015, finalmente, la svolta. Quando le truppe cammellate del Pd vanno a sfilare battendosi il petto e flagellandosi l’anima per l’ennesima, mancata elezione per assenza di candidati, la giovane reggina Anna Rita Leonardi, anch’ella dirigente Pd, lancia la provocazione di candidarsi per l’anno seguente e la notizia spopola sui giornali nazionali.
Platì si divide in due tra chi ci intravede una speranza e chi si sente offeso da quella candidatura, che poi non si concretizzerà mai. Infatti, più che Platì la Leonardi spacca il Partito Democratico. C’è chi la sostiene apertamente e chi vorrebbe vederla appesa a testa in giù, perché alle prime donne puoi fargli di tutto meno che rubargli la scena, altrimenti cominciano gli isterismi. Alla fine, come largamente annunciato dalla stampa per mesi, il Pd non concede l’autorizzazione a presentare le liste e la Leonardi è costretta  a mettersi da parte.
Ma quel sacrificio non è vano. Le continue provocazioni politiche di quel periodo stuzzicano principalmente l’orgoglio di due platiesi: Ilaria Mittiga e Rosario Sergi, che scendono in campo con le rispettive liste.
Alle urne vince Sergi, ma non ha nemmeno il tempo di stappare lo spumante che Platì ripiomba nella polemica: Mittiga e tutta la minoranza si dimettono il giorno seguente. Sergi è solo, arrabbiato, si sente tradito, ma caparbio com’è va avanti. Con lui Platì sembra attraversare un periodo d’oro. Arrivano fondi a pioggia e ogni progetto sembra prendere forma. Platì è sempre meno la città dei bunker dei boss e sempre più la città dei platiesi che vogliono costruire un futuro normale per se stessi e i propri figli. “Cultura” diventa straordinariamente la parola d’ordine, seguita a ruota da “democrazia”. Nasce finanche il giornalino dell’amministrazione comunale.
Lo Stato adesso c’è e la speranza pure.
Ma una mattina qualunque l’incantesimo d’improvviso si spezza. E questa volta per colpa di chi aveva indossato la maschera del rivoluzionario.