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BAVAGLIO ALL’INFORMAZIONE/ Quando il sistema silenzia il giornalista scomodo: la storia di Agostino Pantano

BAVAGLIO ALL’INFORMAZIONE/ Quando il sistema silenzia il giornalista scomodo: la storia di Agostino Pantano

Pubblicato su La Spia Press

Senza soldi e strani processi, così il sistema esilia i giornalisti.

Agostino Pantano è un giornalista che vive nella Piana di Gioia Tauro, uno di quelli che lotta contro il malaffare scrivendo i nomi e i cognomi della gente che spesso si vede passare davanti. Uno di quelli abituati a convivere con le minacce. Ma per l’editoria bruzia, evidentemente, questo non basta.

Per lui l’esilio forzato dal lavoro è cominciato quasi un anno fa, quando anche l’ultimo quotidiano per il quale scriveva ha cominciato a non pagarlo. Il terzo, per la precisione, arrivando a cumulare la cifra di 27mila euro tra stipendio e Tfr non ancora corrisposti. E in questo modo vengono meno le condizioni per lavorare. Psicologiche, soprattutto. Così, ha fatto un passo indietro, sposando, prima degli altri in Calabria, la causa dell’Ordine dei Giornalisti che, da qualche tempo, promuove una campagna contro il lavoro gratis.

Il Presidente Enzo Iacopino lo ha ripetuto solo alcuni giorni fa ad una conferenza a Lamezia. Anche perché i mancati stipendi non sarebbero solo da ricondurre alla crisi economica che ha segnato l’intero Paese, ma anche e soprattutto a una concentrazione dell’editoria calabrese nelle mani di pochi: un’oligarchia prepotente e senza scrupoli. Ci sono quasi sempre le stesse famiglie a capo di una redazione, nessun editore puro, ma imprenditori che usano la carta stampata per investire denaro e accumularne altro. E questo la dice lunga su come vengano trattate le notizie, di come siano filtrate e di come vengano probabilmente distorte nel passaggio dalla strada alle stampanti.

Ma ad Agostino Pantano è successo di più. E’ successo di incappare, come alcuni colleghi, nelle nuove forme intimidatorie tanto care a chi non ama certe scomode verità. Agostino deve barcamenarsi dedicando il proprio tempo a più processi che lo vedono talvolta vittima, talvolta “carnefice” e in uno di questi rischia fino 8 anni di carcere.

Agostino cosa è successo esattamente?

«Il 23 aprile 2009 è stato sciolto per mafia il consiglio comunale di Taurianova. Quella del Consiglio dei ministri fu una determinazione che suscitò parecchie sorprese, poiché con una procedura fino a quel momento atipica si interveniva su un organo già decaduto per via di una crisi politica che aveva portato alla fine anticipata del mandato e al commissariamento ordinario. La prefettura e il governo, quindi, intervenivano in maniera doppiamente straordinaria e parecchia era l’attenzione dell’opinione pubblica e degli addetti ai lavori circa quel precedente. Io da subito ho iniziato a indagare sui motivi reali di quell’interessantissimo scioglimento, arrivando però a poter scrivere un primo articolo esattamente un anno dopo, il 18 aprile 2010. A seguito di questo primo pezzo, incentrato sulla seconda straordinaria novità che questo commissariamento portava con sé – ovvero la scoperta che la commissione d’accesso aveva collegato quello scioglimento anche alle responsabilità di una sindacatura precedente a quella sanzionata – fu diramata il 27 aprile, da parte dell’ex sindaco Domenico Romeo, una nota stampa che, annunciando future comunicazioni politiche, determinò un forte interessamento verso quelle vicende».

L’interesse pubblico notevole è il sale del giornalismo.

«Il 4 maggio ricominciai a pubblicare articoli sul doppio caso che avevo scoperto e l’inchiesta giornalistica andò avanti quotidianamente fino al 15 maggio. Un fiume di notizie sul connubio tra ‘ndrangheta e malapolitica, in cui i lettori si immersero per via dei particolari inediti che emergevano sulla storia di un consiglio comunale che era stato sciolto per la seconda volta, in una cittadina che ha il triste record di prima amministrazione sciolta in Italia per infiltrazione mafiosa. Immagina il mio stupore nel settembre successivo quando, senza che abbia mai ricevuto una smentita, scopro di essere stato querelato per diffamazione».

E perché il processo per quegli articoli oggi è per ricettazione ?

«Perché un giudice, prosciogliendomi per la diffamazione con parole quasi encomiabili, ovvero affermando che avevo esercitato un mio diritto costituzionalmente garantito, trasmise gli atti alla procura indicando questa ipotesi di reato più grave».

Hai scritto per “diritto” però ti sei avvantaggiato illecitamente?  

«Sembra un po’ assurdo ma è quanto sostiene l’accusa. Nel processo che riprenderà a febbraio mi difendo dopo aver scritto su un documento, la relazione della commissione d’accesso, che io ho già dichiarato di non aver mai posseduto e che mai è stato cercato dagli inquirenti. Si considerano quindi ricettate le notizie che io ho appreso e di cui, va ricordato, ho scritto solo un anno dopo i fatti, quando gli ipotetici segreti che avrei rivelato non erano più tali come attestato nell’interrogazione parlamentare della senatrice Lucrezia Ricchiuti».

Eppure sei a processo…

«Non penso che il lavoro del giornalista debba essere sottratto ad un controllo ex post anche per via giudiziaria. Penso però che il mio processo sia ingiusto. Ho raccontato cose che era giusto far conoscere, perché la ratio della legge sugli scioglimenti è proprio la prevenzione delle infiltrazioni. E tanto più l’ho fatto in una carriera sempre improntata alla denuncia della mafia, segnata anche da minacce e intimidazioni subite. La Procura si è disinteressata al mio dovere di informare contro la mafia, non ha perseguito nessuno per diffusione del segreto d’ufficio e ha creato un precedente drammatico: manca il documento trafugato, ma è la notizia stessa fonte di un vantaggio illecito. Nessun pm mi ha mai sentito e sono stato interrogato solo una volta, quattro anni fa, quando mi dovevo difendere dall’accusa di diffamazione. Il pm Salvatore Dolce, oggi apprezzato magistrato antimafia, ha chiuso il mio fascicolo dopo tre anni con le sole risultanze del precedente procedimento».     

E l’altro processo che ti vede impegnato tra le aule del tribunale a cosa si riferisce?

«E’ un processo che mi vede coinvolto contro l’antimafia sociale di facciata. Nel 2012 scrissi di un’inchiesta, mai smentita, sulla residenza della famiglia Pecora. Scrissi che Aldo Vincenzo Pecora, leader del Movimento “Ammazzateci tutti” e il padre Giovanni, vicepresidente della fondazione intitolata alla memoria del giudice Nino Scopelliti, risiedevano in un palazzo di proprietà dei fratelli Longo, uno dei quali, Vincenzo, è riconosciuto come capo clan di Polistena (RC), condannato nel processo“Crimine”. Quel palazzo fu prima sequestrato e poi confiscato perché frutto di attività illecite. E io scrissi solo questo. Mi sono limitato a raccontare una storia che conoscevano tutti e di cui nessuno aveva fatto menzione. Interrogandomi, unicamente, su cosa spingesse chi si era impegnato nella lotta alla mafia a intrattenere buoni rapporti con una famiglia notoriamente mafiosa.

Fu azionata una macchina del fango contro di me, costringendomi a querelare padre e figlio. La denuncia verso Aldo Vincenzo è stata archiviata e io non mi sono opposto, mentre quella contro il padre è sfociata in un processo che mi vede costituito parte civile».

Di solito le querele per diffamazione colpiscono i giornalisti

«Credimi, sono stato costretto. Erano arrivati al punto di farmi passare per mandate di un’intimidazione, mentre mi ero limitato a raccontare una notizia mai smentita. Ma Giovanni Pecora, nel frattempo, ha continuato a fare pressioni su di me querelandomi due volte. Per la prima si è già avuta l’archiviazione, mentre della seconda ho saputo solo nel maggio scorso. Mi ha querelato perché avrei leso la sua onorabilità testimoniando quanto mi sta accadendo, anche in funzione del mio ruolo di rappresentante dell’UNCI (Unione Nazionale Cronisti Italiani), e pare che dell’episodio gliene abbia parlato proprio il suo avvocato. Una sorta di accanimento nei miei confronti, nonostante io sia parte civile e quindi dovrei essere tutelato. Si temeva per caso che scrivessi di altre frequentazioni in quel palazzo?

Nel luglio scorso si è verificato un altro fatto increscioso. Nel giorno in cui il giudice avrebbe potuto mettere fine all’annosa querelle, il legale di Giovanni Pecora decide di presentare un’istanza di differimento dell’udienza perché impegnato in una concorso a Roma. Il giudice accoglie la richiesta e rinvia la causa al prossimo gennaio. Nel frattempo, però, scopro, con grande rammarico, che l’avvocato in quelle ore si trovava invece a Palmi  (RC), a pochi metri dal Tribunale impegnato in una cerimonia, in un luogo pubblico, con tanto di articolo di giornale a testimoniarlo il giorno seguente. Così io ho presentato un esposto sia al giudice che all’Ordine degli Avvocati, limitandomi a raccogliere le prove di ciò che sostenevo: ovvero che il legale non era dove aveva dichiarato di essere quel giorno, procurando un danno alla giustizia, un rinvio dell’udienza giustificato solo dal fatto che si vorrebbe attendere l’evoluzione della seconda querela presentata contro di me. So che è stata aperta un’inchiesta per falso ideologico».

Ma l’antimafia in Calabria, in generale, è davvero determinante per la lotta alla criminalità organizzata?

«L’antimafia sociale è molto importante e non bisogna sparare nel mucchio. Ma purtroppo negli ultimi vent’anni si è creato il dogma dell’infallibilità dell’antimafia e quando scrissi dei fatti riguardanti la famiglia Pecora, i miei colleghi non ripresero mai la notizia. Vorrei sottolineare che solo Il Corriere della Calabria, per il quale lavoravo, si schierò dalla mia parte quando tentarono di screditarmi. A mio parere, quella campagna contro di me messa in atto da Pecora, fu un monito a tutta la stampa per non lasciarla avvicinare alle vicende di quel palazzo. Anche perché probabilmente c’erano molte altre persone che frequentavano gli appartamenti di cui era proprietario il boss, e se fu un’intimidazione, riuscì alla grande: la notizia cadde nel dimenticatoio. Oggi vedo che non mancano le inchieste giornalistiche e giudiziarie sull’antimafia dalla carriera facile, ma chi ne scrive non deve subire l’accanimento che sto subendo io».

Sei stato un giornalista scomodo. Paghi per questo?«

«Non vedo macchinazioni contro di me. Ritengo solo molto strano che un capo d’imputazione così grave per un giornalista, come la ricettazione, sia stato trattato con parecchia sufficienza. Come se l’imputato fosse un pregiudicato recidivo. Un’indagine chiusa nel cassetto tre anni, di cui sono venuto a conoscenza il 3 giugno 2014, tre mesi dopo che si era saputo della promozione a Firenze dell’allora procuratore di Palmi, e del conseguente periodo di transizione alla guida degli uffici».  

Ma, almeno, i tuoi colleghi ti hanno mostrato solidarietà o ti hanno lasciato solo?

Il segretario nazionale aggiunto della Fnsi, Carlo Parisi, ha fatto conoscere a livello nazionale il mio caso ma sono stati pochi i colleghi calabresi che ne hanno scritto o parlato: essere nel mirino nell’antimafia di facciata e sotto processo per ricettazione costituisce un mix di disavventure che ha poca narrazione e non interessa alla politica o alla società civile sapere che chi scrive di certi temi rischia molto e non sono i rischi soliti».

Ti senti boicottato ? 

«Dovevo moderare un convegno per la presentazione di un libro, organizzata dal Comune di Cittanova. Il mio nome era già negli inviti ma, d’improvviso e senza spiegazioni credibili, mi è stato annunciato un cambio di programma: mi hanno cacciato per non rubare la scena. Una motivazione che puzza lontano un miglio. È chiaro che si può essere scomodi in tanti ambienti e per un giornalista è un vanto. Non me ne lamento: detesto le combriccole e la retorica dell’amore verso la nostra terra. Tornassi indietro scriverei sulla malapolitica di Taurianova e sulla malantimafia della Piana. Mi mortifica l’annichilimento di una professionalità nell’indifferenza generale e con la complicità dei più».  

Qualche giorno fa sul web hai annunciato il ritiro dal mondo del giornalismo. Verità o provocazione? 

«Una mera provocazione. Con quel messaggio volevo solo denunciare che la concentrazione dell’editoria nelle mani di pochi è grosso un male. I giornali mi devono molti soldi e ho un conto salato con la giustizia: non è naturale una selezione che avviene in questo modo così scorretto e indegno per un lavoratore. Quel che capita a me può capitare a tutti e sarebbe un disastro abituare i colleghi alle intimidazioni: la società è più povera se il giornalista si autocensura per la paura di un processo ingiusto e si zittisce per avere il salario».

 

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Francesca Lagatta

Francesca Lagatta

Video reporter, blogger e giornalista calabrese, in passato ha lavorato anche in tv. Attualmente si occupa di cronaca e di inchiesta per il web e la carta stampata. E' addetta stampa e inviata di Rete l'Abuso, l'osservatorio internazionale di reati commessi in ambito clericale.

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