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CARO DIARIO, DAL DOLORE SI GUARISCE (Un racconto di Francesca Lagatta)

CARO DIARIO, DAL DOLORE SI GUARISCE (Un racconto di Francesca Lagatta)

Un racconto di Francesca Lagatta, finalista al concorso Rai Premio La Giara

Caro Diario,

sembra soltanto ieri che un anno fa, da questa finestra, guardavo all’orizzonte e sognavo un anno migliore di quello che era appena trascorso. Speravo che il nuovo anno cancellasse in fretta le ferite, le delusioni e quei lividi nell’anima che nascondevo al mondo intero.

Speravo anche che nascesse un nuovo amore, che potessi di nuovo tornare a sentirmi amata, che la smettessi con quella paura di vivere, abilmente celata da sorrisi e smanie a cui mi aggrappavo pur di non lasciarmi trascinare giù, in fondo a certi abissi dove l’anima fa più male del solito. E ti fa perdere il senso di ogni cosa.

Ricordo come fosse ieri di come pensavo a quella sera di tre mesi prima già con distacco e di come avrei voluto che i giorni passassero in fretta pur di dimenticare.

In realtà non ho mai capito cosa fosse successo quella sera, né perché. Ho solo in mente quegli occhi che mi guardano con terrore, con odio sprezzante, gli stessi occhi che mi guardavano con amore poche ore prima che d’improvviso avrebbero voluto vedermi morire.

Ancora non so se quella sera ebbi più paura di non sopravvivere o di continuare a vivere dopo quello che era successo. Tutto ciò che avevo sentito sempre e solo nelle cronache dei tg, quella sera è capitato a me. Un ferita così lacerante che, se ci penso, sento ancora lo stesso dolore. Dei pugni in pieno volto, allo stomaco, della testa contro il muro e, soprattutto, della rabbia cieca di un uomo fuori controllo.

Ho provato a chiedermi mille volte se fosse stata colpa mia, se l’uomo che ho amato più di tutto nella mia vita e che più di tutti mi aveva amato fosse stato costretto ad usare una violenza inaudita per dirmi che forse stavo sbagliando. E poi mi sono chiesta se quell’uomo avesse più sofferto o goduto nel vedermi disperata e indifesa in un angolo, caduta sotto i colpi beceri della sua follia. Se si fosse mai pentito solo un attimo di aver provato ad uccidermi mentre io gridavo di amarlo nonostante mi stesse scaricando addosso tutta la sua frustrazione. Vigliacco e fiero. Come in un match senza regole con cui il vincitore ha l’unica possibilità di salvare la sua dignità, dopo aver creduto di essere stato tradito o per aver capito che l’altra persona, se non è già di un altro, di sicuro non è più sua.

Ma che dignità può avere un uomo che odia così tanto? E come può aver finto di aver amato per così tanto tempo?

Me lo sono chiesto anche mentre cercava di massacrarmi. Me lo chiedevo mentre cercavo di ragionare per rimanere lucida e non lasciarmi finire in angolo buio, dove, forse, mi avrebbero ritrovato quando sarebbe stato già troppo tardi. So bene che se fossi svenuta non mi sarei mai più alzata con le mie gambe. E in quegli interminabili minuti mi è passata tutta la vita davanti. Mi sono tornate alla mente cose che credevo aver dimenticato e sentivo che potevano essere i miei ultimi istanti. L’ho capito quando mi sono resa conto di non sentire più il dolore. Come se il cervello non fosse più dentro il corpo.

E’ stato lì che, tra un lamento e un sospiro, ho deciso di continuare a vivere. Di non lasciarmi andare. E ho giurato a me stessa che se quell’incubo  fosse finito avrei fatto delle cose grandiose.

Dopo che l’orco aveva saziato se stesso e la sua vile fame di possessione si è allontanato senza neanche guardare. A quel punto io mi sono rialzata a fatica ed ho chiesto aiuto alla porta di un’anziana signora qualche metro più in là. Ho lavato il viso con l’acqua fresca, ho asciugato le lacrime e chiesto di poter fare una telefonata, considerato che il mio telefono aveva fatto la stessa fine della nostra storia: anche lui era andato in frantumi. Poi ho cercato di coprire con trucco il rossore e i lividi al viso, ma i miei occhi continuavano a raccontare quanto fossi provata anche sotto lo strato di cera che mi faceva da muro col mondo, quella notte.

Mi sono seduta, ho sorseggiato un bicchiere d’acqua e sono rimasta immobile senza parlare per alcuni minuti. La signora esile e minuta, piuttosto spaventata, aveva capito che non poteva essere stata una caduta, come le avevo fatto credere. Aveva invece intuito che qualcuno mi avesse fatto più male di una botta sull’asfalto e mi chiese di allertare le Forze dell’Ordine. Ma io rifiutai. Come rifiutai di andare al Pronto Soccorso per capire se avessi un trauma cranico o un osso fratturato. E il motivo mi è tuttora sconosciuto.

Non so ben descrivere cosa provai nei minuti e nelle ore a seguire. Sentivo la testa girare fortissimo, più che dell’orco avevo paura di me stessa, temevo che potessi crollare all’improvviso. Ero cosciente ma non capivo abbastanza, ricordo solo che sentivo delle voci ma non riuscivo a distinguerle. Quella notte rimasi fuori dal mondo, perché non lo riconoscevo più. A dire il vero avvertii la sensazione di essere io stessa una sconosciuta, quando guardando ripetutamente allo specchio mi cercavo e invece vedevo solo un’estranea, una donna così sconvolta che non potevo essere io.

 Quando l’orco tornò in quello stesso angolo di strada poco dopo, forse per chiedermi scusa, forse per accertarsi che io fossi ancora lì a terra, lo scorsi da dietro le tendine bianche e rosse della finestra che affacciava sulla strada. Lo guardai con terrore mentre andava avanti e indietro portando di tanto in tanto le mani alla testa, tanto che d’un tratto era come se le mura di quella casa si fossero volatilizzate  e io fossi nuovamente in pericolo. Temevo che voltandosi verso di me potesse accorgersi della mia presenza e che, vedendomi ancora in vita, potesse portare a termine la sua opera incompiuta.

Ricordo che dopo qualche secondo cominciai a tremare, poi sentii una strana sensazione di gelo partire dalle gambe, che mi reggevano a stento, arrivare alla testa. Ma non era freddo, era un’insopportabile sensazione di vuoto mista a paura e ribrezzo. Mai sentito prima qualcosa che lontanamente somigliasse a quello stato d’animo.

La donnina accanto a me, ignara di quanto fosse accaduto, mi fissava e poggiava dei cubetti di ghiaccio sulle mie ferite, mentre in religioso silenzio cercava di scrutare nei miei occhi per appurare la verità. Quella donna che avevo visto solo qualche volta nei negozi della città e che raramente avevo salutato incrociandone lo sguardo, stava soffrendo insieme a me. Perché era una madre e il cuore di una madre non sbaglia mai.

Quando fui certa che il vigliacco si fosse dileguato, mi infilai in fretta e furia nella mia auto. Mi diressi verso casa e durante il tragitto pensai a cosa avrei dovuto rispondere se qualcuno mi avesse chiesto di quei lividi in volto. Ma più di tutto avevo paura che qualcuno si accorgesse che stessi mentendo. Era troppo sconvolta, nonostante nessuno potesse ancora sapere dell’accaduto era come se gli occhi dei passanti mi fissassero. Ricordo ancora di quanto mi sentivo sporca e piena di vergogna. Come se invece di subirla la violenza, dall’uomo che diceva di amarmi, l’avessi usata io su un bambino. Mi sentivo in colpa. Ed ero così stupida e incosciente in quel momento da sentirmi in colpa non perché mi ero fidata di un pazzo, ma perché ero convinta di essere stata io a provocargli tutta quella rabbia.

D’altronde, continuavo a ripetermi, ero io che avevo inviato dei messaggi ad un collega. Dei messaggi in cui si parlava di lavoro e nient’altro e che io non avevo fatto nulla per nascondere. Forse non perché non c’era niente da nascondere. M questo aveva potuto scatenare la sua gelosia. Quel sentimento senza del quale l’amore non esiste e che al tempo stesso lo soffoca. Ho capito solo dopo molti mesi che l’amore non ha nulla a che fare né con la possessione né con le ossessioni. Ossessioni che giacciono a volte latenti nelle menti di certi uomini e che esplodono sottoforma di follia quando un’illusoria idea di felicità viene proiettata sulla persona apparentemente amata. A far scattare la furia omicida è la paura che perdere quella persona sconvolga nuovamente gli equilibri e che il passato torni a chiedere il conto.

Quando giunsi sul pianerottolo di casa ebbi un sussulto al cuore. Infilai la chiave nella serratura e cercai di entrare in casa ostentando un sorriso radioso, mentre senza rivolgere lo sguardo ai presenti sgattaiolavo lesta in camera mia. Mi andò bene, per la seconda volta, quella sera. Quando chiusi alle spalle la porta che separa il soggiorno dal corridoio che conduce nelle camere da letto, sentii mia madre sussurrare a mio padre : “Hanno litigato anche stasera”, riferendosi a quello che ancora credevano il mio fidanzato. Non sapendo che quella sera non si era trattato di screzi e scaramucce tra innamorati. Se ero ancora viva era solo un miracolo.

Aprii la porta della mia stanza ed ebbi la sensazione di entrarci per la prima volta. Ogni cosa era al suo posto, era tutto come prima di uscire di casa, eppure i miei occhi vedevano il caos di un ordine troppo perfetto. I peluche con cui avevo dormito sin da bambina sembravano guardarmi con aria di commiserazione, lo specchio rifletteva l’immagine di una sconosciuta e quei trucchi in bella vista, che mi avevano sempre aiutato a sentirmi un po’ più donna, d’un tratto li odiavo.

Afferrai il mio orsacchiotto preferito e lo strinsi forte a me. Mi sentii per un attimo sollevata perché quel gesto mi faceva capire che respiravo ancora. Poi mi adagiai sul letto ancora vestita e spensi la luce. Volevo punirmi scomparendo tra le tenebre della notte, volevo diventare invisibile.

I giorni appresso furono terribili, rimasi chiusa in casa senza mai uscire, neppure per andare a lavorare. Giustificai il malessere dicendo di essermi presa un brutto raffreddore e alzando, lontano da occhi indiscreti, la colonnina di mercurio del termometro.

Avevo un solo pensiero fisso: dimenticare. Era come se volessi cancellare dalla mia mente ciò che era successo per non permettere a nessuno di scoprirlo. Non fu semplice, soprattutto quando l’orco tornò nuovamente a cercarmi con la pretesa, insistente, di dovermi parlare. Io mi limitavo a leggere i suoi messaggi ai quali non rispondevo e non rispondevo neppure alle telefonate che arrivavano incessanti sul mio nuovo cellulare decisamente fuori moda.

Ricominciai piano piano a riprendere una vita normale. Dissi ai miei genitori che la mia storia d’amore era finita, anche se non rivelai mai alcunché di quella notte, così non dovetti più fingere quando ero assalita dai momenti di sconforto. Ripresi ad uscire con le mie amiche, evitando accuratamente i posti in cui l’orco potesse trovarmi e per un po’ schivai un qualsivoglia invito da parte del genere maschile.

Arrivarono finalmente il Natale, le tombolate con gli amici più cari e le notti innevate passate davanti al camino. Arrivò presto anche la vigilia di capodanno di un anno fa. Ricordo che ero seduta proprio qui, nello stesso punto in cui sono seduta ora, a leccarmi le ferite e a sperare che potessi riassaporare presto la felicità mentre la natura mi offriva lo spettacolo di un mare arrabbiato, forse più di me.

La vigilia di ogni nuovo anno ha sempre il sapore di un sabato del villaggio, di un attimo di respiro in attesa del domani, sa di sogni da pianificare e di buoni propositi. Così anche io promettevo a me stessa di lasciarmi alle spalle quel brutto ricordo e di ricominciare da capo. E in fondo coltivavo il sogno di un nuovo amore.

Non posso certo dire di essermi affidata nelle mani di Dio per ritrovare forza e coraggio, poiché il rapporto con la fede  già scricchiolava da tempo, ma non nascondo che il mio cuore ha sperato in lungo e in largo che la divina Provvidenza si facesse beffa di me e della mie riluttanze donandomi tutta la serenità di cui avevo bisogno. E forse qualcuno, da lassù, deve aver ascoltato le mie preghiere.

Alcuni mesi più tardi, conobbi un uomo, un vero uomo, uno di quelli che le donne le ama e non le picchia, uno di quelli per cui le compagne sono principesse da viziare e non oggetti da possedere. Era stupendo e con un viso che infondeva sicurezza. Quando per puro caso ci incontrammo ad una festa, il suo sguardo, in un attimo, mi fece sentire di nuovo bella. E quando timido e pacato mi chiese di ballare con lui, mi prese la mano e me la accarezzò. Sentii un brivido che mi attraversò lungo la schiena. Mi strinse forte a sé mentre io cercavo di ripetere a me stessa che non avrei dovuto permettergli una simile confidenza. Ma ben presto dovetti arrendermi alla piacevolezza di quell’abbraccio. Uno sconosciuto mi stava tenendo stretta e mi piaceva da morire. Soprattutto quando con dolcezza mi scostò i capelli dal volto e volle sapere tutto di me.

Continuammo a ballare ma non so per quanto, d’incanto il tempo era come se si fosse fermato. Ballammo senza accorgerci della musica, di quello che c’era intorno. Ballammo come se al mondo esistessimo solo noi. Quando ci salutammo ebbi l’impressione che quell’uomo conoscesse la mia storia. Mi afferrò il viso tra le mani e, dopo avermi guardato a lungo negli occhi, mi diede un bacio sulla fronte. Non un bacio malizioso, fu un bacio che mi restituì in un attimo tutto l’amore di cui ero stata privata. Da quella notte non ci lasciammo più.

Ed eccomi, ora, ad un’altra vigilia di un nuovo anno, a ripensare alle ferite, a quello che poteva essere e a ciò che è stato, con il cuore più leggero e una confortante consapevolezza ad aiutarmi ad affrontare tutto ciò che la vita ha in serbo per me.

L’amore, quello sincero, quello che non conosce egoismo e turbe mentali, è un vero e proprio miracolo. E oggi  finalmente posso dirlo: dal dolore si guarisce.

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Francesca Lagatta

Francesca Lagatta

Video reporter, blogger e giornalista calabrese, in passato ha lavorato anche in tv. Attualmente si occupa di cronaca e di inchiesta per il web e la carta stampata. E' addetta stampa e inviata di Rete l'Abuso, l'osservatorio internazionale di reati commessi in ambito clericale.

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