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Malasanità | Quando la goccia scava la pietra, la struggente storia di Alessandra Bellè e la sua battaglia per la giustizia

Malasanità | Quando la goccia scava la pietra, la struggente storia di Alessandra Bellè e la sua battaglia per la giustizia

(Alessandra Bellé dopo l’operazione)

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Il video che spiega la vicenda commentato dalla stessa Alessandra 

Alessandra Bellè è una donna bellissima. Ha occhi da cerbiatta, 1,85 di altezza e un sorriso che incanta. Se non avesse scelto di intraprendere la carriera in una società satellite di una delle più note e prestigiose catene alberghiere al mondo, avrebbe tranquillamente potuto fare la modella.

Lo sa bene il giovane e rampante avvocato romano Raimondo D’amico che, in un giorno qualunque, rimane letteralmente folgorato vedendo attraversare quella prorompente sconosciuta che inseguirà fino a casa. E poi per settimane, fino a che lei le concederà il primo incontro, risultato fatale.

La passione li brucia, insieme sono belli da morire e ben presto decidono che staranno tutta la vita insieme: si sposeranno qualche tempo dopo con un matrimonio da favola. A casa Bellè-D’Amico si respira aria di felicità: c’è l’amore, il benessere, il successo e la serenità. E come se non bastasse la loro esistenza viene ben presto allietata dalla notizia dell’arrivo di una bimba.

Mai e poi mai avrebbero potuto immaginare quello che da lì a poco sarebbe successo e come il destino, stronzo e beffardo, avrebbe sconvolto per sempre le loro vite.

E’ il dicembre del 2003. Alessandra è al settimo mese di gravidanza e accusa un malore, che però, precisano subito i medici, non ha nulla a che fare con il suo stato interessante. In effetti, dopo qualche ora, in un primo ospedale, una risonanza magnetica evidenzia una grave MAV (malformazione artero venosa) e angioma cerebellare destro. Per un attimo nelle loro teste e in quelle dei medici c’è solo tanta confusione, ma bisogna pur reagire. Per preservare la salute della bimba che porta in grembo si decide per un trasferimento d’urgenza in un nosocomio dotato di un adeguato centro di neonatologia, dove verrà fatta partorire alcune ore dopo con parto cesareo.

La mossa è azzeccata, il parto fila liscio come l’olio e così i medici prospettano immediatamente ad Alessandra il piano terapeutico. Inizialmente sulle carte si parla di 3 o 4 “embolizzazioni” da eseguirsi a distanza di 45-60 giorni l’una dall’altra, grazie alle quali si sarebbe garantita la riduzione della malformazione mediante radiochirurgia, meno invasiva della chirurgia classica. Secondo il Professor Giulio Maria, il medico che l’aveva in cura, non c’era bisogno di operarla. Ma, inspiegabilmente, l’occlusione selettiva dei vasi sanguigni, operazione costosissima, diventano 13.  Eppure non si intravede neppure un cenno di miglioramento, la sensazione è che la terapia sia totalmente errata. D’un tratto, lo stesso medico che le aveva fortemente sconsigliato l’intervento chirurgico, ora preme per l’asportazione della malformazione, motivando la scelta con la risoluzione definitiva del caso e un ritorno alla vita del tutto normale.

La paziente e suo marito hanno paura ma si fidano. D’altronde non vedono l’ora di mettere la parola fine all’incubo che stavano vivendo e se il prezzo da pagare per riappropriarsi della serenità era farsi aprire la testa da un sedicente luminare, non c’è che da munirsi di coraggio. Alessandra entra in sala operatoria con le sue stesse gambe, piena di speranze.

Ma su quel lettino, in quella fredda stanza di un ospedale, qualcosa va storto. Oltre al danno, arriva pure la beffa. La paziente ne esce invalida al 100% ma ci vorranno prima tante illusioni e un bel po’ di mesi prima di scoprirlo.

In un primo momento, il dottor Maria dice che la lenta ripresa della donna è del tutto normale. Dopo tutto ha subito un’operazione nella zona cranica e il tempo sarà la sua migliore medicina. Ma più passano le settimane e più cresce l’angoscia di amici e familiari. La ripresa non è lenta, molto più semplicemente non c’è e nel frattempo i segni del malessere sul viso sono sempre più evidenti. Alessandra ha metà volto deturpato.

Suo marito si insospettisce fino al punto da capire che è meglio cambiare aria. Così prenota una visita all’estero, in una clinica di Innsbruck, affidandola alle mani di un neurochirurgo di fama mondiale. Ma è proprio in quella clinica che, purtroppo, la sua famiglia vedrà infrangersi sogni e speranze, uno ad uno. Fino all’ultimo.

La diagnosi è agghiacciante. Dall’unica radiografia pre operatoria in loro possesso, quella prodotta dal primo ospedale che la sottopone a risonanza magnetica, si evince che assieme alla malformazione alla paziente è stato asportato l’intero emisfero cerebellare destro, ossia il cervelletto, e che, dunque, il recupero era da considerarsi pressoché impossibile perché in buona sostanza era stato asportato l’organo che lo avrebbe consentito. E c’è dell’altro. Durante l’operazione si è verificata un’ischemia, mai diagnosticata prima, che aveva danneggiato irreversibilmente le “vie lunghe del tronco”, rendendo di fatto irreversibili i suoi gravissimi danni neurologici.

E’ l’inizio di un lungo viaggio all’inferno.

Raimondo, suo marito, riprende a fumare due pacchetti di sigarette al giorno dopo dieci anni di astinenza dal fumo, mangia e beve in maniera smodata fino a raggiungere in poco tempo i 150 kg di peso. Si sente fallito come uomo, come marito e persino come padre, dopo che sua figlia ha un rifiuto nei confronti della madre, che in quelle condizioni non riconosce più. Raimondo ama tremendamente sua moglie e la trova ancora bellissima, soprattutto dopo che con un’adeguata fisioterapia, il suo volto recupera parzialmente la bellezza di un tempo, ma sente forte dentro quel senso di impotenza per non essere riuscito a proteggere la loro favola d’amore.

A Raimondo frullano costantemente brutti pensieri per la testa. Un giorno, forse, più di tutti gli altri. E’ la mattina di un freddo dicembre quando esce di casa con lo sguardo assente, perso completamente nel vuoto, e cattivissime intenzioni. Ma per fortuna sul palcoscenico della vita quella sciagurata mattina irrompe Giulia, la sua adorata figlia, 4 anni e una sensibilità fuori dal comune. Giulia non sa e non capisce ancora quello che sta succedendo ma il suo istinto le sussurra di chiedere conferme al suo papà, di implorarlo di rimanere accanto a lei: «Papi, promettimi che torni a casa tutte le sere». La sensazione, racconta il suo papà, è stata come essere investiti in pieno da un autoarticolato. Dopo un attimo di smarrimento, Raimondo confessa che è stato come svegliarsi dal coma, quelle dolci parole hanno nuovamente mischiato le carte in tavola. Un pianto a dirotto, e la voglia di non autocommiserarsi mai più, hanno suggellato l’inizio di una seconda vita.

Il primo obiettivo è ottenere giustizia e il legale romano, più determinato che mai, trascina i presunti responsabili della vicenda in tribunale, pur sapendo a quante e quali difficoltà sarebbe andato incontro. E proprio come previsto, il primo grado del processo è tutto un paradosso. In aula il ctu sminuisce sostanzialmente l’invalidità totale di Alessandra, negando ogni responsabilità del chirurgo e della sua equipe. I gravi handicap neurologici di Alessandra, dice il ctu, sono da imputare ad un’ischemia successiva all’esportazione chirurgica. Che è stato un po’ come sostenere che in un omicidio compiuto con arma da fuoco, la vittima non sia morta perché crivellata dai proiettili, ma “solo” a causa della successiva emorragia. Ma i giudici, si sa, non badano alle chiacchiere e per giudicare si servono delle carte. Infatti quelli del primo grado assolvono tutti perché si è in totale assenza del cd “fonte materiale della prova” e, cioè, senza la benché minima documentazione medica, dandone responsabilità alla parte lesa. Peccato che tale documentazione avrebbe dovuto fornirla il nosocomio, il quale avrebbe dovuto conservarla in triplice copia, in tre luoghi diversi, e invece non ve n’è più traccia. Per i giudici questo è un dettaglio che evidentemente non fa testo e respinge ogni richiesta avanzata dalla difesa.

Ma Raimondo, Alessandra e la piccola Giulia hanno spalle abbastanza larghe e hanno imparato a fronteggiare ogni avversità. Nonostante la delusioni, in casa loro torna una parvenza di normalità. Giulia non ha più timore di avvicinarsi a sua madre, Raimondo ha un po’ meno paura di guardare in faccia il destino e così la passione per la Lazio li vede ogni domenica tutti e tre accaniti tifosi, rigorosamente vestiti dei colori della loro squadra del cuore. Le foto vengono spesso postate nella pagina “Giustizia per Alessandra” dove la famiglia racconta fedelmente i capitoli di questa storia controversa.

Nel frattempo, ritrovata una sorta di serenità, chiedono tramite il loro legale di fare ricorso in appello, dove tra una miriade di ragionamenti la strategia difensiva subirà una virata e il processo prende finalmente un’altra piega. Il difensore non si avventurerà più nei meandri degli aspetti tecnici che tirerebbero ancora in ballo il presunto errore medico, ma per prudenza punta tutto sulla violazione del “Consenso Informato” da parte del medico che l’ha operata. In pratica, Alessandra è entrata in sala operatoria non sapendo a cosa andasse incontro, se non ai rischi, minimi, che il chirurgo le aveva spiegato a voce. Bingo.

La Corte di Appello accoglie tutte le istanze dell’accusa e respinge quelle avversarie, accoglie la domanda attrice e annulla la sentenza di I° grado, ritenendo inattendibile ogni riscontro della consulenza tecnica del CTU e pertante ne dispone il rinnovo. La sentenza della III^ Sez. Civ. della Corte d’Appello dà integralmente ragione ad Alessandra e Raimondo.

In teoria la storia dovrebbe finire qui, con la loro vittoria schiacciante in tribunale, perché un ricorso in Cassazione da parte del medico Giulio Maria, alla luce delle prove processuali, sembrerebbe un vero e proprio autogol. Ma per essere certi di aver messo la parola fine a questo incubo, bisognerà attendere il prossimo 18 novembre, termine ultimo per la presentazione di un improbabile ricorso.

Nel frattempo, Alessandra, Giulia e Raimondo possono continuare a sperare che la giustizia li vendicherà per quei sogni spezzati, chiedendo a tutti di aiutare a diffondere la loro storia perché non accada mai più.

 

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Francesca Lagatta

Francesca Lagatta

Video reporter, blogger e giornalista calabrese, in passato ha lavorato anche in tv. Attualmente si occupa di cronaca e di inchiesta per il web e la carta stampata. E' addetta stampa e inviata di Rete l'Abuso, l'osservatorio internazionale di reati commessi in ambito clericale.

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