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UN NESSUNO QUALUNQUE / Sono Simone, sono disabile e non ho amici che contano

UN NESSUNO QUALUNQUE / Sono Simone, sono disabile e non ho amici che contano

Essere “nessuno” in Italia ti rende vittima due volte

Quella che sto per raccontarvi è una storia triste. Non solo perché è la storia di un ragazzo allettato che vive attaccato ai macchinari per la respirazione, ma perché è la dimostrazione di quanto i nostri occhi siano profondamente accecati e le nostre coscienze inaridite.

Per Chiara Bonanno, mamma di Simone, il protagonista della vicenda, due giorni fa è stato il giorno più emozionante della sua vita per l’ambito traguardo raggiunto da suo figlio. Nessuna laurea, nessun matrimonio, nessuna nascita, niente che possa fare un qualunque ragazzo della sua l’età. Il traguardo è il terrazzo di casa sua, dieci metri più in là della camera dove era rinchiuso da cinque anni. Cinque lunghi, interminabili anni. Non doveva scontare nessuna pena, ma in Italia le persone disabili sono trattate peggio dei delinquenti. A quelli almeno lo Stato e le leggi concedono l’ora d’aria.

Simone, dicevamo, ha atteso cinque anni costretto su una carrozzina, inerme, senza neppure poter urlare il suo disappunto, durante i quali i tentativi di sua madre di mostrargli la luce si sono scontrati con la dura realtà. La sua casa è al 7° piano di una palazzina popolare alla periferia di Roma. La sua sedia a rotelle non entra nell’ascensore e la porta-finestra attraverso cui si accede sul terrazzo è troppo stretta. Gli amici che consigliano a Chiara di effettuare i lavori, con una pacca sulle spalle, le presentano più volta un conto che non può pagare. Stessa cosa succede con alcuni degli inquilini che occupano il pian terreno, i quali, approfittando della necessità, sarebbero ben disposti a concederle l’appartamento, ma sempre se la madre fosse, a sua volta, disposta a pagare una vera e propria tangente. Somma che, al di là del rifiuto per la gravità della richiesta, Chiara comunque non dispone. Gli italiani, quelli che gridano ai loro politici “ladri, tutti a casa” e poi tentano il furto facendo leva sulla disperazione dei vicini di casa.

Il sogno di mamma Chiara sembrava essere sfumato definitivamente a metà del luglio scorso, quando avrebbe voluto regalare un raggio di sole a sua figlio per il suo compleanno e capisce che non potrà. Non ha neppure un santo a cui votarsi. A questo punto della storia, però, in barba alla vita semplice e senza fronzoli che si conduce in quella umile dimora, piombano sulla scena Stefano e Michelangelo, rispettivamente collaboratore dei servizi sociali e componente del sindacato inquilini, prendono in mano la situazione e cominciano ad avviare la parte burocratica per le concessioni, che fortunatamente non si sono fatte attendere. Nel frattempo Emanuele, titolare di una ditta edile, viene a conoscenza della storia e in sole due ore ha sfondato sia il muro sia l’ignobile indifferenza del Creato, rendendo di fatto immediatamente accessibile il terrazzo alla carrozzina ingombrante. Senza chiedere alla donna neppure un euro. Solo per amore. E per umanità. Quella misericordia di cui gli uomini si sono scordati, e forse pure Dio.

Perché Simone è vittima troppe volte, due in particolare. La prima perché è nato in uno Stato che taglia fondi ai disabili e regala fiumi di denari ai proprietari delle cliniche private; la seconda perché è nato in uno Stato in cui se ti chiami Selvaggia Lucarelli hai un’intera pagina del Fatto Quotidiano per lamentarti della tragicommedia di Marco Baldini, il presentatore radiofonico che ha sperperato milioni di euro col gioco d’azzardo, se invece ti chiami Simone, sei disabile, malato, abbandonato dalle istituzioni e dal mondo che ti circonda, sei condannato all’isolamento e alla disperazione, e, bene che ti vada, parlano di te i vicini di casa chiedendosi se non sei ancora morto e se non sarebbe meglio esserlo visto la vita che conduci. Magari sono gli stessi che chiedevano il pizzo per concedergli la grazia del piano terra. Niente, neppure un blog a sua sorella, un posticino al Senato a sua madre, una piazza intestata per ricordare al mondo che esiste anche lui, un indennizzo milionario alla famiglia o un direttore di quei giornali finanziati da soldi pubblici che tuoni dalle colonne del suo quotidiano chiedendo giustizia.

In fondo Simone, effettivamente, non è uno di quegli eroi italiani morti l’estintore in mano,  non è caduto in uno scontro con le forze dell’ordine, non è uno che ha sangue blu nelle vene, non ha neppure mille followers sui social e se è per questo neanche una quinta di reggiseno, una moglie famosa o una storia stupida da raccontare nei salotti televisi. Non ha neppure un amico potente o un mezzo parente in una qualche cosca mafiosa.

Praticamente, è un nessuno qualunque.

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Francesca Lagatta

Francesca Lagatta

Video reporter, blogger e giornalista calabrese, in passato ha lavorato anche in tv. Attualmente si occupa di cronaca e di inchiesta per il web e la carta stampata. E' addetta stampa e inviata di Rete l'Abuso, l'osservatorio internazionale di reati commessi in ambito clericale.

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