Cosenza | Ospedale Annunziata, il dramma di una donna lasciata per sette ore su una barella in preda a dolori lancinanti

0
Cosenza | Ospedale Annunziata, il dramma di una donna lasciata per sette ore su una barella in preda a dolori lancinanti

(Fonte foto: dal web)
I calabresi non faranno una piega leggendo questa notizia, abituati come sono alle strampalate vicende legate alla malasanità bruzia, tanto che a volte si fa fatica a distinguere la realtà dalla fantasia. Ma la storia che state per leggere, il cui teatro è l’ospedale Annunziata di Cosenza, è ancora più controversa delle altre, se possibile, perché rappresenta una denuncia in piena regola di un sistema sanitario al collasso, reso ancora più marcio dai poteri trasversali vigenti nella città guidata da Mario Occhiuto.
Rosita Terranova, l’involontaria protagonista della vicenda, è molto nota a Cosenza, e non solo, per le sua incessante battaglia a difesa dei diritti dei bambini disabili, essendo lei stessa madre di un bambino con gravi ritardi psichici e motori, a cui la società nega, solo per fare un esempio, il diritto di un posto riservato sotto casa, o quello sacrosanto di andare a scuola. O anche solo uscire di casa (clicca qui per leggere Disabilità | Diritti violati, il drammatico appello di una mamma cosentina: ‘Aiutateci, noi prigionieri in casa nostra’).
Di seguito, il post integrale apparso sulla pagine della donna.
“Il mio 15 maggio 2017 inizia così:
” Pronto, parlo con il 118?
per favore, mandatemi subito un’ambulanza.
Sto per perdere i sensi e ho paura di lasciare incustodito il mio bimbo che é gravemente disabile e handicappato.
Sto malissimo…ho dolori lancinanti all’addome e al petto…non riesco a parlare…non ho più salivazione…aiutatemi, vi prego “.
Faccio in tempo a chiamare anche mia sorella ed il mio compagno che corrono immediatamente e poi…poi il mondo mi crolla addosso.
Arriva l’ambulanza, senza medico a bordo, vengo “visitata” e adagiata su un telo privo di cinture di contenimento per essere trasportata d’urgenza all’ospedale civile di Cosenza.
Nel frattempo vomito bile.
Arrivo in ospedale alle 12.45, il mio codice giallo viene confermato da infermieri e non da medici, e vengo lasciata sola in un corridoio su di una barella.
Per sette ore.
Più o meno.
Nell’indifferenza totale.
A mala pena mi fanno un elettrocardiogramma, ma non un prelievo del sangue per scongiurare il rischio di un’intossicazione alimentare o da farmaco, poiché ne stavo assumendo uno molto forte a causa di una bronchite contratta pochi giorni prima.
A niente sono servite le mie suppliche rivolte agli infermiere ai quali chiedevo mi si facesse almeno un prelievo per avere una diagnosi immediata e, quindi, le cure primarie che mi avrebbero potuto salvare se il mio malore fosse dipeso da cause più gravi.
“Dovete rispettare i tempi e le disposizioni burocratiche”, mi dissero.
“E se nel frattempo muoio, sarà la burocrazia a prendersi cura di mio figlio?”, ho risposto io in un momento di lucidità.
Ancora niente.
Il dolore fisico che provavo mi aveva modificato i lineamenti del volto.
il mio corpo accartocciato su se stesso era dilaniato da un dolore immane che provavo dappertutto.
Le mie mani erano pugni chiusi contro una parete con la speranza di perdere nuovamente coscienza pur di non soffrire più.
Non ce la facevo.
Ma ce l’ho fatta.
Sono viva.
Il mio corpo lo é.
Dentro sono morta.
Perché il terrore di non rivedere più mio figlio a causa di una pessima gestione medica e politica che mi avrebbe potuto far morire di incuria, mi ha uccisa.
Come mi ha uccisa il consiglio dato in buona fede da una guardia giurata che, nel vedermi soffrire immensamente, mi ha suggerito di far intervenire qualche mia conoscenza al fine di essere soccorsa tempestivamente.
Con il poco fiato che mi rimaneva gli ho urlato contro che mai lo avrei fatto,
che mai avrei preso il posto di chi doveva essere visitato prima di me e che mi faceva schifo la loro mentalità collusa.
Io volevo solo che questa foto non fosse l’ultima mia foto con il mio adorato bimbo.
Io volevo solo aiuto.
Volevo vivere.
Per Antonio Maria.
La mia unica ragione di vita.
A Cosenza, di civile, non c’è neanche l’ospedale.
A Cosenza, i giochi di potere uccidono.
A Cosenza, ci sono assassini che non andranno mai in galera.
A Cosenza, ad un figlio “sequestrano” la propria madre da cui dipende totalmente la sua vita, perché bisogna rispettare la prassi.
Quella imposta da un potere gestito male, però.
Che quelli che hanno “potere” ovviamente non rispettano.
Anche grazie all’aiuto di chi sa, ma fa’ finta di non sapere”.